L.i.s.a.  L.i.s.a.
L.i.s.a.

 

Ultimo aggiornamento : 23/02/2010

Home
prof. Pasquale Sabbatino
Didattica
Eventi
Master
Progetti di Ricerca
Riviste
Articoli e Recensioni
Proposte di Drammaturgia
Dizionario autori di teatro
Artes Renascentes
Contatti

 

Recensioni

   

La «Nuova Enciclopedia illustrata della canzone napoletana» di Pietro Gargano e il contributo di Salvatore Di Giacomo.

(di Rita Duraccio)

   

 La Nuova Enciclopedia illustrata della canzone napoletana (Napoli, Magmata, vol. 1, A-CH, 2006; vol. 2,  CI-DIA, 2007; vol. 3, DIAN-GH, 2008) è un’opera di Pietro Gargano, caporedattore ed editorialista del quotidiano «Il Mattino». Ogni volume si presenta corredato di un cd-rom che dà una descrizione completa della produzione degli autori e della discografia dei cantanti. La Nuova enciclopedia è caratterizzata da una notevole ricchezza di immagini e fotografie che ritraggono cantanti, musicisti, compositori, editori, poeti, parolieri, cabarettisti, attori, registi e quanti, napoletani e non solo, hanno scritto intere pagine della storia di Napoli e della Campania, onorando la canzone partenopea. Riguardo alle illustrazioni, precisa l’editore Alfonso Gargano nel risvolto di copertina, «sono tante, alcune non di eccellente resa», in particolare «quelle storiche, ma pure quelle uniche, utili a indicare visivamente una persona o una situazione». Dunque, ci troviamo dinanzi ad un’opera che racconta secoli di storia della musica napoletana, inquadrati nella loro cangiante traiettoria. Nell’opera troviamo anche numerose rubriche, ai lati del testo, che consentono di approfondire la materia trattata. Sono presenti infatti cronologie, curiosità, riflessioni, note critiche, frasi celebri sulla canzone napoletana, preziose testimonianze degli stessi artisti e tantissimi aneddoti. La seconda parte dei singoli volumi è caratterizzata da un’Appendice contenente le biografie dei cantanti, le schede dei canti popolari anonimi, l’inventario dei luoghi della musica, degli editori, degli illustratori.

Il punto di partenza di Pietro Gargano, come egli stesso dichiara nella presentazione dell’opera nel primo volume, è Ettore De Mura, autore dell’Enciclopedia della canzone napoletana  (Napoli, Il Torchio, 1968). A quarant’anni dalla pubblicazione dell’Enciclopedia di De Mura, scrive l’autore, «ci è venuta voglia di aggiornare le schede dei protagonisti, di misurarci con quanto è successo nel frattempo, di approfondire alcune ricerche». Il presente lavoro trova una prima giustificazione nel fatto che l’Enciclopedia della canzone napoletana  è ormai ridotta ad un pezzo di antiquariato. Di conseguenza, il suo prezzo sale vertiginosamente, a causa della scarsità di copie, e risulta praticamente impossibile riuscire a far fronte alla pressante e continua richiesta di studiosi e di appassionati della canzone napoletana provenienti da tutto il mondo, in particolar modo dal Giappone e dall’America. Inoltre, dato sicuramente più importante, De Mura scriveva in un periodo in cui la canzone napoletana era in declino. Oggi la canzone d’arte partenopea, continua Gargano, «non sta bene in salute». Nel mondo si conoscono al massimo duecento brani e di tutti gli altri, certamente non meno importanti, si va gradualmente perdendo la memoria. A peggiorare la situazione in questi ultimi quarant’anni hanno contribuito molti «intellettuali spocchiosi che hanno gettato la canzone nel ciarpame della roba inutile e ‘provinciale’ […] come stinta cartolina di un tempo sbagliato». Il lavoro di Gargano, dunque, si pone il fine principale di rivisitare quella tradizione ormai quasi perduta per poterla rendere nuovamente patrimonio comune. Nella Nuova enciclopedia, infatti, oltre agli autori e ai brani intramontabili, trovano posto anche personaggi ed opere sconosciuti, anonimi o accantonati, antichi o contemporanei, ma che non meno d’altri meritano il posto d’onore che gli spetta nel quadro della storia della canzone napoletana. L’autore conclude la sua presentazione dell’opera affermando che «il lavoro, almeno per mole, sarà più del doppio di quello insostituibile di De Mura».

Nella prefazione alla Nuova enciclopedia, Antonio Ghirelli sottolinea che «noi napoletani […] la musica ce l’abbiamo nel sangue» e che sono pochissimi i popoli che hanno eguagliato o superato la musica partenopea, come ad esempio gli inglesi dei Beatles, gli americani del jazz e di Henry James (New York, 15 aprile 1843 – Londra, 28 febbraio 1916), e i francesi di Maurice Chevalier (Parigi, 12 settembre 1888 1º gennaio 1972) e di Charles Trenet (Narbona, 18 maggio 1913 Créteil, 18 febbraio 2001). Eccetto loro, nessun altro. Ghirelli sostiene che «perfino gli innamorati della canzone napoletana non si rendono conto che stanno cantando, che stanno ascoltando un’opera d’arte» e che, facendo eccezione per i ‘blues’ di New Orleans, al mondo non c’è stata altra canzone, al di fuori di quella napoletana, che abbia esaltato un dialetto in tutte le sue coloriture, forme e sfaccettature.

Un posto d’onore nella Nuova enciclopedia spetta all’eccelso poeta Salvatore Di Giacomo (Napoli, 12 marzo 1860 – 5 aprile 1934), «il padre nobile della canzone napoletana che si eleva per virtù del suo ingegno a opera originalissima di poesia», come scrisse il filosofo Benedetto Croce. Assurto a vero e proprio simbolo d’identità nei primi anni di unità nazionale, quando il popolo anelava all’affermazione del dialetto «per fare arte ‘nazionale’», Di Giacomo è considerato il primo grande poeta che ha saputo conferire vera e propria dignità d'arte alla canzone classica partenopea. Dopo aver rinunciato agli studi di medicina per la poesia, egli seppe raccogliere intorno a sé «il meglio della cultura, anche musicale, del tempo suo». Non soltanto poeta, Don Salvatore è stato anche un importante autore teatrale: il suo capolavoro è Assunta Spina, dramma scritto nel 1888. Fu chiamato a scrivere canzoni, insieme al giovane scrittore Roberto Bracco (Napoli, 19 settembre 1861 – Sorrento, 21 aprile 1943), da Martino Cafiero, direttore del Corriere del Mattino. Quest’avvenimento segnò l’inizio della «parabola lucente» di Salvatore di Giacomo. Nella Nuova enciclopedia, Pietro Gargano gli dedica un grande spazio (vol. 3, pp. 57 – 69), presentandoci un nutritissimo corpus di fotografie, ritratti e caricature del grande poeta, note critiche, aneddoti, curiosità e schede d’approfondimento sulla sua vita. E non poteva non esser riportato il testo della celeberrima canzone Marechiare, scritto nel 1885. Inizialmente rifiutato dallo stesso autore, tanto che non lo inserì mai nelle sue raccolte, il testo fu musicato dal famosissimo compositore Francesco Paolo Tosti (Ortona, 9 aprile 1846 – Roma, 2 dicembre 1916), il cui intervento fu decisivo a rendere Marechiare uno dei classici napoletani più conosciuti al mondo:

Quanno sponta la luna a Marechiaro,
pure li pisce nce fanno a ll'ammore...
Se revotano ll'onne de lu mare:
pe' la priezza cagnano culore...

Quanno sponta la luna a Marechiaro.

A Marechiaro ce sta na fenesta:
la passiona mia ce tuzzulea...
Nu garofano addora 'int'a na testa,
passa ll'acqua pe' sotto e murmulea...
A Marechiaro ce sta na fenesta....

Chi dice ca li stelle so' lucente,
nun sape st'uocchie ca tu tiene 'nfronte!
Sti ddoje stelle li ssaccio i' sulamente:
dint'a lu core ne tengo li poónte...

Chi dice ca li stelle só' lucente?

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce...
quanno maje tantu tiempo aggi'aspettato?!
P'accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra aggio purtato...

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce!...

            Inoltre è riportato un aneddoto sulla canzone Marechiare. Prima di scrivere i versi, a Marechiaro Di Giacomo non c’era mai stato e Carolina non era mai esistita, come lui stesso dichiara. Secondo E. A. Mario, nome d'arte di Giovanni Ermete Gaeta (Napoli, 5 maggio 1884 – 24 giugno 1961), paroliere italiano, «l’idea fu prelevata da un libretto settecentesco di Francesco Cerlone (Napoli, 1730 ca. – Napoli, 1812 ca.), L’osteria di Marechiaro, musicato da Giacomo Insanguine detto Monopoli (Monopoli, 22 marzo 1728 – Napoli, 1 febbraio 1795): un altro segno che il passato, a Napoli, non si perde neanche tra le mani dei rinnovatori».

Per delineare il profilo di Salvatore Di Giacomo ritorna utile la testimonianza lasciataci dal grande Eduardo De Filippo. Il drammaturgo ha conosciuto di persona gli artisti più importanti e in vista a lui contemporanei, come Roberto Bracco, Rocco Galdieri (Napoli, 18 ottobre 1877 – 1923), Eduardo Nicolardi ( Napoli, 28 febbraio 1878 – 26 febbraio 1954), autore della canzone Voce ‘e notte, Raffaele Viviani (Castellammare di Stabia, 10 gennaio 1888 – Napoli, 22 marzo 1950) e tanti altri. Ma il suo più grande rammarico era di non poter incontrare di persona Salvatore Di Giacomo, la cui poesia esercitava da sempre grande fascino su di lui. La colpa del mancato incontro non era attribuibile a nessuno dei due, ma all’aspra polemica che si accese e durò molti anni tra Eduardo Scarpetta (Napoli, 13 marzo 1853 Napoli, 29 novembre 1925), padre di Eduardo, e Don Salvatore. Per il naturale rispetto e l’ammirazione che lo legavano al padre, Eduardo decise, seppur con sommo dispiacere, di non avvicinarsi al poeta. A Napoli tanto i gruppi degli amatori del teatro digiacomiano quanto le rappresentazioni private erano assai numerose. Uno di questi gruppi amatoriali fu fondato da Michele Mercurio, il quale un giorno affidò a Eduardo il ruolo di Epaminonda Pesce, che appare soltanto nel primo atto di Assunta Spina, a condizione però che a fine rappresentazione De Filippo avesse recitato anche alcune poesie di Di Giacomo. La rappresentazione andò in scena in un antico palazzo di via Pietro Colletta a Napoli, dove viveva un certo De Bonis, il quale aveva allestito in una sala in casa sua un teatrino amatoriale, con una capienza di appena 50 - 60 posti a sedere, con un palcoscenico, o meglio una semplice pedana, alta appena circa 70 centimetri, un tendone che fungeva da sipario e «una boccascena di tela di sacco tinta di rosso, che segnava il limite tra il ‘palcoscenico’ e lo spazio per il pubblico». In occasione di questa rappresentazione, Eduardo poté avere il suo primo incontro, clandestino s’intende, con don Salvatore, con il quale collaborò alle prove per circa due mesi. De Filippo scrive: «Quell’unico spettacolo domenicale, dato nello stanzone di casa De Bonis, è rimasto uno dei ricordi più commoventi della mia lunga vita di teatro». Tra le prime file del teatrino amatoriale del palazzo di via Colletta era seduto anche Di Giacomo in persona, il quale commentò lo spettacolo dicendo: «Eduardié, bravo! Si l’appura pàtete, staje frisco…». Con grande stima e affetto nei confronti del poeta, Eduardo commenta l’evento scrivendo: «Caro don Salvatore, posso dirvi sinceramente che la vostra stretta di mano non mi è mai mancata; di questo vi sono grato e mi permetto di chiedervi un abbraccio…».

Un altro apporto fondamentale alla ricostruzione della figura di Di Giacomo è stato dato da Salvatore Palomba (Napoli, 1933), poeta e scrittore: «Non è certo un caso che il più grande poeta in lingua napoletana sia anche il più alto artefice della canzone napoletana, che può essere in qualche modo considerata una forma di poesia cantata, come il canto popolare di tradizione orale da cui trae origine». Nei testi digiacomiani si fondono «elementi di poesia soggettiva ed elementi della tradizione popolare, dando vita a un canto al tempo stesso raffinato e popolaresco che […] è la vera canzone di Napoli». Questa commistione di registro colto e registro popolare è ciò che da vita all’incontro fra poesia e arte. Altre caratteristiche di primaria importanza riguardo al rapporto di Don Salvatore con la canzone napoletana sono da ricercarsi nella natura stessa della sua poesia, nella sua «straordinaria musicalità», nelle sue figure femminili (Nannì, Carulì, Catarì…) e nella sua tematica prevalentemente amorosa. Il tratto, a mio parere, di fondamentale importanza è quello dell’intrinseca musicalità dei versi del poeta. Alcuni sostengono che i testi digiacomiani, già musicali di proprio conto, non avevano neanche bisogno di note. Altri, invece, hanno trovato molto complicato trasporli in musica. Ma i grandi compositori che hanno lavorato su tali testi «hanno spesso aggiunto con le loro stupende note poesia a poesia», cercando la musica che era insita nelle parole. Una nota critica, che ben delinea le peculiarità della poesia di Salvatore Di Giacomo, è quella di Luigi Russo (Delia, 29 novembre 1892 – Marina di Pietrasanta, 14 agosto 1961): «Nella sua poesia non vi è dramma che non si concili nel sogno, non v’è passione che non si distrugga e dissolva in una nota di colore, non vi è dolore che non si componga in una incantata malinconia».